Arsenico killer per uomo e ambiente, Italia in cima alla lista nera

14.05.2014

La mappatura della Penisola rivela, secondo uno studio del Cnr, 4 aree contaminate tra Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia.

È un semimetallo potenzialmente tossico, classificato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità come "sostanza cancerogena per gli esseri umani". Eppure di arsenico è piena l'Italia, così come di altri metalli individuabili in natura o che finiscono nell'aria e nelle falde acquifere a seguito di lavorazioni industriali.

L'allarme lanciato negli ultimi giorni dall'istituto di Fisiologia Clinica del Cnr riguarda in particolare quattro aree del nostro Paese soggette ad un'esposizione  

elevata di questo materiale: la zona del Monte Amiata (tra le province di Siena e Grosseto), il viterbese, Taranto e Gela.

Un recente bio-monitoraggio effettuato dai ricercatori ha infatti evidenziato, anche attraverso esami clinici su un campione di quasi trecento persone, concentrazioni di arsenico superiori al limite "consentito" in un caso su quattro: «Le aree sono state scelte in base al tipo di inquinamento cui erano soggette - ha dichiarato il dirigente di ricerca del Cnr, Fabrizio Bianchi - in particolare, l'Amiata e il viterbese hanno un inquinamento di tipo naturale, poiché l'arsenico è presente nelle rocce, nei sedimenti e nell'acqua (il fattore di rischio riguarda quindi il consumo di acqua e la contaminazione degli alimenti).

L'arsenico è stato utilizzato in passato in composti per insetticidi e parassitari, nel trattamento del legno per infissi esterni (molte strutture in legno sono ancora in piedi, ed è importante non bruciarle per non produrre la cenere, altamente tossica), ed è ancora lavorato nella realizzazione di fuochi d'artificio e in alcuni circuiti elettrici. 

Ma è l'uso industriale a provocare le maggiori conseguenze ambientali e sulla salute. Registrati i dati sulle quattro zone a maggiore rischio, quale sarà la prossima mossa? «Abbiamo anzitutto sottomesso un protocollo di presa in carico dei soggetti con valori più elevati, che è già stato approvato dal Ministero della Salute - spiega Bianchi - Quello che suggeriamo è di intervenire al più presto per rimuovere o diminuire il più possibile le fonti da esposizione primaria, tra cui gli stabilimenti che riversano arsenico nelle falde acquifere. E poi è assolutamente necessario continuare e ampliare il bio-monitoraggio, così come avviene negli Stati Uniti e in molte nazioni europee».

L'Unione Europea già da tempo, attraverso la direttiva 2000/60, invita i Paesi membri a disciplinare e tutelare le acque di fiumi, laghi e mari, riducendo in progressione gli scarichi industriali diretti.

Ma in Italia il messaggio non arriva, e la situazione delle emissioni di arsenico e altri metalli è allarmante, soprattutto a causa della discutibile qualità degli impianti e dei scarsi controlli ambientali effettuati sul territorio.

Ancora nel 2011 i dati di Legambiente parlano di 140 tonnellate di sostanze (compresi, tra gli altri, piombo, cromo, rame e zinco) finite direttamente nelle acque, di cui 4,85 solo di arsenico.

Il nostro Paese ha il triste primato europeo di emissioni di mercurio, nichel, cadmio, cianuro, e arsenico, appunto.

Rispetto agli altri Stati più industrializzati (come Germania, Francia e Regno Unito), quindi, l'Italia è la meno virtuosa in questo senso. 

E c'è da considerare che i numeri di Legambiente riguardano solo le dichiarazioni ufficiali delle industrie, e non comprendono la marea di illegalità di cui non si conosce l'entità.


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